Il principe dei fulmini: intervista a Mark Lawrence e a Leonardo Leonardi

Il principe dei fulmini: intervista a Mark Lawrence e a Leonardo Leonardi


In esclusiva per Fantasy Magazine, l'autore e il traduttore italiano del Principe dei fulmini ci parlano del primo volume della trilogia fantasy The Broken Empire e dell'approccio con il mondo della traduzione


Mai come al giorno d'oggi i social network rappresentano una risorsa indispensabile per mettersi in contatto con gli autori ai quali siamo più affezionati o con cui, già dal romanzo d'esordio, ci sentiamo in sintonia.


È questo il caso di Mark Lawrence e del suo Principe dei fulmini, un fantasy dalle tinte oscure edito da Newton Compton che è riuscito a sorprendermi per particolarità e per stile.
Sul fronte di copertina dell'edizione italiana, Conn Iggulden (peraltro tra i miei autori preferiti di romanzi storici) celebra Lawrence come un nuovoGeorge R.R. Martin. Una frase dal peso non indifferente, che spronerebbe qualsiasi appassionato del genere a verificarne di persona l'attendibilità
Se poi, oltre alla lettura, si ha anche la possibilità di discuterne con l'autore stesso, tutto quanto va a comporre l'opera può rivelarsi ancora più interessante; non solo come gradevole occasione di dialogo, ma anche come punto di partenza per focalizzare l'attenzione sul tema un po' “spinoso” (Mark e Leonardo perdoneranno il gioco di parole) della traduzione.
Di rado capita la possibilità di intervistare autore e traduttore. Questo è stato possibile grazie a Leonardo Leonardi, il quale si è offerto di rispondere alle domande con la massima disponibilità e gentilezza malgrado i numerosi impegni.
Chi è Mark Lawrence quando non scrive?
Be', la domanda suggerisce questo: siamo definiti da quello che facciamo? Piuttosto che rispondere a quella, ti dirò di cosa mi occupo! Di giorno sono uno scienziato ricercatore: studio una gamma di problemi che vengono chiamati — in modo piuttosto fuorviante — Intelligenza Artificiale. Ho lavorato a progetti di livello segreto negli Usa e nel Regno Unito. La mia laurea è in fisica, il mio dottorato in una branca della matematica.
Quando non sono al lavoro, la maggior parte del tempo la passo curando mia figlia di otto anni che è gravemente disabile dalla nascita e necessita di costante attenzione.
Nei piccoli spazi a disposizione tra queste due cose scrivo.
Conn Iggulden parla di te come del nuovo George R.R. Martin. Che cosa ne pensi?
In realtà la citazione (quella originale, n.d.a.) dice "on a par with George Martin" (allo stesso livello di George Martin), il che significa che a Conn è piaciuto il mio lavoro in modo eguale, ma non che è come quello di Martin — che non è — o che io sono il nuovo qualcosa. Ci sono molti scrittori di grande talento: la maggior parte di loro non ha grandi carriere, quindi predire qualcosa del genere sarebbe folle.
Qual è la tua opinione sul fantasy?
Be', questa è una domanda molto vasta per poter rispondere in così poche parole. A essere sincero non ho nessuna opinione forte riguardo al genere. Non ho letto un ammontare enorme di fantasy negli scorsi venti anni. Ne ho letti molti quando ero giovane, e per il resto ho letto tanta Literary Fiction. Solo di recente ho ripreso a leggere fantasy, ma lentamente. Sarebbe bello pensare che la qualità migliore di scrittura possa apparire nella narrativa di genere e che le persone possano man mano avere meno sdegno di questo.
Perché scrivere una storia di cattivi? Cosa si nasconde dietro il mondo di Jorg?
Non ci sono grandi “perché”. Mi piace scrivere storie interessanti, e trovo che il carattere del mio protagonista lo sia. L'ispirazione è venuta dal libro diAnthony Burgess Arancia meccanica, pubblicato nel 1962. Parla di un giovane uomo violento e amorale, ma cattura il lettore attraverso lo charme del personaggio e attraverso l'uso del punto di vista in prima persona. Pensavo che avrei fatto qualcosa con un personaggio che condivide gli stessi tratti principali in un'ambientazione fantasy.
Una domanda per uno scrittore epico: come vedi il boom di paranormal romance nelle librerie?
Non penso a me stesso come a uno "scrittore epico". Sono soltanto qualcuno che scrive. Commercialmente è più probabile che verrò pagato per scrivere libri in toni simili a quelli che ho già scritto — è così che lavorano gli editori –, ma potrei altrettanto facilmente scrivere fantascienza domani e un lavoro di di Literary Fiction il giorno dopo. Non penso che gli scrittori siano come gli atleti, fai il salto in alto o i 100 metri e basta. Non ho mai letto paranormal romance e non mi interessa, ma se le persone vogliono comprarlo... perché no?
C'è qualcosa che vorresti dire ai lettori italiani?
La copertina della versione originale di Il principe dei fulmini, in realtà Il principe di Spine.
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Il titolo che ho dato al mio primo romanzo è Principe di spine. Le spine si riferiscono a un passaggio iconico nel libro ed è un tema al quale si ritorna in vari modi e in molte occasioni. Non so perché la versione italiana sia intitolataIl principe dei fulmini. La versione tedesca è Principe dell'oscurità, quella olandese Principe della vendetta, la spagnola Principe del male e la franceseIl principe scuoiato. Spero che la traduzione della quarta di copertina sia più accurata di quella dei titoli, e che la lettura vi diverta!

LEONARDO LEONARDI

Il lavoro dei traduttori, un po' come nel caso dei doppiatori cinematografici e di chi lavora dietro le quinte, viene spesso sottovalutato. Si tratta senz'altro di un mestiere impegnativo, con soddisfazioni ma anche grandi sacrifici. Qual è la tua esperienza in proposito?
Direi che hai riassunto bene: è un lavoro spesso sottovalutato, che tuttavia regala grandi soddisfazioni. In Italia, in particolare, i traduttori sono una categoria poco protetta (a dirla tutta, siamo il Paese che offre meno tutele ai traduttori, secondo l’ultima indagine del CEATL, il Consiglio europeo delle associazioni dei traduttori letterari); il sindacato è relativamente giovane, anche se ha già fatto finora un ottimo lavoro, e le tariffe medie, in una realtà in cui non esiste alcun contratto nazionale di categoria, sono tra le più basse d’Europa. Eppure siamo in tanti ad appassionarci a questo lavoro, e la soddisfazione di rappresentare la ‘voce’ italiana di uno scrittore ripaga, almeno in parte, dei sacrifici. Io mi considero ancora poco più di un principiante, anche se sono alla mia quinta traduzione, soprattutto confrontandomi con i miei amici/colleghi, alcuni dei quali sono tra i migliori d’Italia.
Nell'intervista, Mark ci fa scoprire che il titolo originale del suo romanzo è in realtà Il principe di spine, ma per un motivo o per l'altro quasi tutte le case editrici straniere lo hanno tradotto diversamente. Qual è stata la motivazione che in Italia ha portato alla traduzione in Il principe dei fulmini? È stato per una questione di target, che tu sappia? Di impatto, o altro?
È stata una questione di impatto sul pubblico. Il Principe dei Fulmini, a detta dell’editore, era più accattivante. Poco è importato che questi fulmini non avessero alcuna rilevanza nel romanzo di Mark Lawrence, mentre invece le spine, o i rovi, hanno un ruolo centrale nella caratterizzazione del protagonista. Purtroppo ho perso la mia piccola battaglia per mantenere il titolo coerente con l’originale. Di solito è il traduttore a proporre il titolo, ma la parola finale spetta sempre all’editore. Qualcuno si sarà chiesto: “ma perché i fulmini?”.
Capita spesso oramai che, con l'apprendimento delle lingue straniere, i lettori critichino alcuni passi della traduzione, specie se con un cambiamento discutibile di significato. Un fatto lecito, ma che in parte non prende in considerazione le tempistiche e i vincoli ai quali voi traduttori siete sottoposti. Puoi dirci qualcosa a riguardo?
Credo che, nel complesso, la diffusione delle lingue e la velocità con cui viaggiano oggi le informazioni siano due elementi positivi per un lavoro come il nostro. Personalmente le critiche (quelle fondate) sono costruttive. In un forum, su una web-zine, anche su una semplice pagina Facebook, può esserci qualcuno che ne sa più di me di un determinato argomento (o che coglie in maniera più precisa il senso di una frase, di un modo di dire, di una locuzione gergale). Anche a me, da lettore o spettatore, capita frequentemente di commentare: “ma questo non si traduce così!”. Diciamo che, nella mia opinione, quando si parla di sapere collettivo, il tutto è superiore alla somma delle parti.
C'è una traduzione, tra tutte, per la quale ti senti più soddisfatto?
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Ho imparato ad amare ogni singolo libro, articolo, script che ho tradotto. È un lavoro che ti arricchisce in tanti modi. Ho lavorato per riviste, case editrici, network televisivi, e ogni volta ho imparato qualcosa, mi sono appassionato alla storia o all’argomento. Ho tradotto, circa un anno fa, un “manuale per studenti Jedi”, un libro ufficialmente per ragazzi ma che — diciamolo — è una piccola chicca per tutti gli appassionati della saga di Star Wars. Quello è stato molto divertente, e ho fatto l’invidia dei miei amici nerd! Tra le cose più, diciamo così, ‘da adulti’ il romanzo di Mark Lawrence mi ha affascinato molto: il piccolo esercito di Jorg è un microcosmo di figure diverse, ognuna dipinta con pochi ma efficacissimi tratti, e le scelte linguistiche necessarie per rispettare ogni caratterizzazione hanno rappresentato una piccola sfida. Mi è rimasta la curiosità di sapere come prosegue la storia. Spero di essere ancora io la voce italiana di Mark.




fonte: http://www.fantasymagazine.it/interviste/18662/il-principe-dei-fulmini-intervista-a-mark-lawrenc/